martedì 9 dicembre 2008

Far West in tv: la Rai, Mediaset e il finto canone pagato allo Stato

Una grande e lunga notte in cui tutti i gatti sono grigi e le mucche tutte nere. Oppure un tunnel infinito in fondo al quale non si vede nessuna luce. O anche: una palude limacciosa in cui ogni movimento non fa altro che sollevare fango. Insomma, le metafore sono tante, la realtà, purtroppo, unica: in Italia ogni volta che si toccano le tv accade di tutto. Un sistema malato dalla nascita che ha prodotto una giungla inestricabile di poteri e contropoteri, di norme e cavilli, di anomalie e di soluzioni temporanee che durano da decenni. Il Far West dell’etere italiano è ancora tutto qui e neanche il passaggio al digitale, con la sua moltiplicazione dei canali, sembra oggi in grado di risolverlo. Dopo Rai e Mediaset, si è ora aggiunta anche Sky. Dal duopolio all’oligopolio la continuità è data da un sistema ingovernabile (tanto più quando uno dei soggetti da governare è il presidente del Consiglio).
Prendiamo il caso degli oneri che le tv pagano allo Stato in cambio dell’uso delle frequenze radio. Le frequenze radio sono un bene pubblico dato in concessione. Nel 2002 gli operatori di telefonia mobile Umts hanno pagato 11 miliardi di euro e non per acquistarle, ma solo per avere il diritto di utilizzarle. Sei anni dopo, lo scorso febbraio, le frequenze per il servizio WiMax, sono state pagate in tutto 136 milioni, ma sono frequenze molto più piccole, di un business tutto sommato di nicchia e comunque con in cambio un obbligo di costruzione di reti nazionali in tempi brevi.
Le frequenze tv, in Italia non sono state pagate nulla: sono state occupate nella più totale assenza di regole. Al punto che poi, quando le regole sono arrivate, si sono limitate a stabilire la legalità dell’esistente. Chi le aveva se le è tenute. E in cambio ha addirittura potuto venderle: hanno pagato allo Stato solo l’Iva (al 20%) sulla transazione e hanno incamerato il resto.
Stabilire questa premessa non è inutile. Serve per capire l’ennesimo paradosso della giungla italiana delle tv. Il paradosso secondo cui se si va in giro per l’Europa a chiedere quanto pagano le tv allo Stato per l’uso delle frequenze, si ottiene la strabiliante risposta che in Italia i network pagano un canone annuo dell’1% sui ricavi mentre all’estero no.
Purtroppo quello che sembrerebbe la rivincita dello Stato sulle tv, se lo si va ad analizzare bene, è l’esatto contrario. Vediamo perché.
In Italia, dunque, Rai, Mediaset e tutte le emittenti fino all’ultima tv locale pagano un canone annuo alla Pubblica Amministrazione. Un canone che è stato fissato nel 2000, anno di grande ristrutturazione della normativa sulle tlc imposta dalla Unione Europea. E’ in quell’anno, infatti, che Telecom Italia smette di fatto di pagare un canone pari al 3% del fatturato. Ed è in quell’occasione che si introduce un canone a carico delle emittenti tv. Canone fissato allora all’1% del fatturato. Anche se pure questa è una media. Infatti il canone per Mediaset è fissato allo 0,81%, mentre per la Rai è all’1,06%: rispettivamente 18,6 e 27,1 milioni di euro. Con un effetto paradossale: la Rai paga allo Stato un canone fissato sui ricavi che a loro volta comprendono il canone Rai. Comunque da allora le quote si vanno riducendo. Nel 2005 la Rai arriva all’1% netto e Mediaset allo 0,55%. Rai paga 28,3 milioni e Mediaset una ventina di milioni. Più o meno gli stessi di cui si è parlato nei giorni scorsi. A fronte di questo, Sky, per esempio, non paga nulla, perché non usa frequenze «terrestri» ma satellitari, ossia sovranazionali. E, per completare il quadro delle piattaforme tv, non paga nulla nemmeno l’Iptv, la tv via Internet, che però non usa frequenze radio ma i cavi telefonici. In compenso, anche se se n’è parlato molto poco nei giorni scorsi, il raddoppio dell’Iva sulla pay tv andrà a colpire anche gli abbonati alle Iptv di Fastweb, Tiscali e all’Alice Tv di Telecom Italia: poche centinaia di migliaia di abbonati «pionieri» della tv a banda larga che forse avrebbero meritato non di restare con l’Iva al 10% ma di vedersela addirittura abbattuta al 4%.
A fronte di questa situazione, quel che accade invece in Europa è che c’è una separazione tra le emittenti e i concessionari delle frequenze, e sono questi ultimi a pagare.
Francia Nessuna emittente paga canoni. Né sull’analogico, dove ci sono due reti pubbliche, France2 e France3, le private Tf1 e M6 e due reti crtittate di Canal Plus. E nemmeno sul digitale terrestre, dove ci sono 8 canali pubblici, più i canali che fanno capo al gruppo Bollorè, al gruppo Lagardere.
Gran Bretagna Qui la situazione è più complessa. La Bbc pubblica non paga nessun canone: cosa ovvia visto che non può trasmettere pubblicità ed è interamente finanziata dal canone pagato dagli utenti. «Ma questa situazione è a tempo spiega Matteo Maggiore, direttore delle relazioni internazionali di Bbc perché nel 2012, con lo spegnimento delle trasmissioni analogiche, tutto verrà rimesso in discussione. Lo Stato si riprenderà le frequenze analogiche ne ripenserà le nuove destinazioni, quante alle tv digitali terrestri e quante ad altri servizi, come la telefonia mobile, e deciderà le modalità per la gara di assegnazione». Quanto ai privati, bisogna intendersi sui termini. Itv, Channel Five pagano una quota annua, ma non è un vero canone, è solo che hanno avuto assegnato l’uso delle frequenze vincendo una gara che ne ha concesso l’uso per quindici anni e pagano l’importo d’asta spalmato annualmente. Per esempio Itv, il network in cui Rupert Murdoch ha il 10%, essendone il maggiore azionista, ma da cui deve uscire per ragioni di Antitrust (anche Mediaset ha valutato la possibilità di rilevarne la quota) paga un’ottantina di milioni di sterline. Channel Five, che fa capo al gruppo tedesco Rtl, molto più piccolo in termini di ascolti, ne paga una decina.
Germania Il caso tedesco è molto particolare. Qui di fatto non c’è la televisone analogica terrestre, anche perché c’è il divieto di montare antenne sui tetti delle case, come anche in Svizzera, Austria, Belgio e Olanda (con gran vantaggio estetico e in termini di inquinamento elettromagnetico). Il segnale tv arriva nelle case via cavo, con una rete che copre l’80% della popolazione. Non si pagano canoni perché non c’è di fatto uso delle frequenze radioelettriche.
Spagna Neanche qui le reti tv pagano canoni allo Stato: né il network pubblico Tve, né i privati come Telecinco, che fa capo a Mediaset, o Antena3, che è invece controllata dal gruppo De Agostini.
Finito il giro dei maggiori mercati europei il verdetto sembra chiaro. Il canone (dell’1 o dello 0,5% che sia) è un’invenzione tutta italiana: un balzello che non ha uguali nel resto d’Europa. Ma ancora una volta non bisogna lasciarsi ingannare dalle apparenze. Perché a questa unicità se ne contrappone una seconda, che segnale un’anomalia molto più pesante. Secondo alcuni addetti ai lavori forse la madre di tutte le anomalie della tv italiana: il problema del possesso delle reti.
In Italia parliamo di network ed emittenti come se fossero la stessa cosa. Ma all’estero non è così. Il network è la rete di trasmissione, l’emittente è il produttore di contenuti. Mediaset e Rai in origine, Telecom e tutte le altre tv di conseguenza, sono proprietarie delle loro reti di trasmissioni: torri, ponti radio, strutture di controllo. All’estero no. Non in Gran Bretagna, dove ci sono due operatori, il maggiore dei quali è la Crown Castle, che ha da poco cambiato nome in Arqiva. Non in Francia, dove c’è un unico operatore, Tdf, una volta una costola di France Telecom e ora privatizzato. Lo stesso in Spagna, dove ne Tve né i privati hanno una sola «torre» ma comprano il servizio da una società che una volta si chiamava Retevision, che è stata per un periodo anche sotto il controllo di Telecom Italia, e che oggi, acquisita dal gruppo autostradale Abertis, ha cambiato nome in Abertis Telecom.
Sono tutte società che hanno fatturati per centinaia di milioni, pagati dalle tv per la distribuzione del segnale, e che a loro volta pagano allo Stato la concessione per la gestione di un bene pubblico. Sono queste società che si occupano di allocare al meglio le frequenze: le tv clienti non hanno voce in capitolo, se non sulla qualità del prodotto, ossia del segnale ricevuto a casa degli utenti.
Tutto il contrario di quanto accade da noi. Qui le concessionarie delle frequenze fanno ciò che vogliono del bene pubblico. Lo possono anche rivendere, affittare a terzi, cambiarne la destinazione d’uso. Come ha fatto per esempio Mediaset con il Dvbh, la tv sui telefonini. Ha preso una delle frequenze che aveva comprato dalla D+ di Tarak Ben Ammar (fuori dall’ufficialità il termine più che «comprato» è «prestato») e ha deciso di dedicarla ai cellulari. Percepisce un affitto annuo da Telecom Italia, con tanto di obbligo di acquisizione di contenuti. Sono decine e decine di milioni l’anno. Che Bernabè, tra un taglio di bilancio, una riduzione di altre 4 mila unità di personale e la voglia di non distribuire dividendi per tagliare il debito, farebbe davvero volentieri a meno di pagare.

Fonte La Repubblica. it

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