Digitale terrestre, dopo la Quarta Conferenza Nazionale di Roma, un gigantesco spot pubblicitario, punto e a capo. Con molte domande e poche risposte.
Primo: il presidente dell'Agcom sostiene che la concentrazione si riduce a vantaggio di concorrenza e pluralismo. Bene. La concentrazione di ascolti e risorse, tuttavia, va calcolata sulla pluralità delle piattaforme e sulla moltiplicazione dei canali. In ambiente digitale e multicanale il declino dell'audience dei canali analogici generalisti è fisiologico. Accade in tutti i mercati televisivi europei. Bisogna valutare, nei prossimi mesi e anni, chi guadagna ascolto e se per caso non siano canali collegati a Rai o a Mediaset. Il rischio di un aumento della concentrazione in ascolti e risorse c'è tutto.
Secondo: Il digitale terrestre, al di là delle retorica sulla gratuità, è una piattaforma sostenuta dalla pay tv, che vale 400 milioni di euro e non dalla pubblicità dei canali gratuiti. E nuove offerte pay si stanno preparando, come quella di Air Plus, il gruppo svedese che ha rilevato la pay-per-view di Telecom Italia Media. Speriamo che le magnifiche e progressive sorti del digitale terrestre non siano contrassegnate dai film a luci rosse, nonostante la porno-tax.
Terzo: Il sottosegretario alle comunicazioni, Paolo Romani annuncia un dividendo digitale - da assegnare con procedure competitiva - di cinque frequenze per altrettanti reti (multiplex). Ci sono, tecnicamente, cinque frequenze disponibili regione per regione? Quando in Sardegna ce ne sono due? Quando la trattativa con la Francia non procede certo in discesa? E quando in alcune regioni, come il Veneto e la Lombardia, già si sa che ci saranno più emittenti che frequenze disponibili?
Cinque multiplex, allora, corrispondono forse alla disponibilità richiesta dalla commissione Ue all'Italia per chiudere la procedura d'infrazione senza deferirci alla Corte di giustizia europea? Il compromesso appare poco praticabile. Chi parteciperà alla gara? Solo i nuovi entranti o anche gli operatori che hanno in gestione altri multiplex? O anche i grandi gestori europei di reti tv come Abertis e TDF (Telediffusion de France)? In questo caso, a che prezzo iniziale e con quali chance per un soggetto nazionale? Si rischia di cedere una parte dell'etere nazionale a soggetti esteri. Cosa che in sè potrebbe non essere negativa, visto che tali soggetti non sono collegati ad editori. Al contrario degli operatori di rete televisiva italiana.
Quarto:La conferenza ha santificato l'ideologia della tv digitale nella continuità con l'assetto analogico. Continuità negli assetti proprietari, nella legislazione, nella ripartizione delle risorse, nella ripartizione delle frequenze (nessuno ha detto quante reti hanno Rai e Mediaset in Sardegna...), nel modello di "offerta verticale", pur se allargato alla multicanalità.
Lo scenario appare invece caratterizzato da una forte discontinuità. Solo Bernabè, dopo aver intonato il de profundis per La 7 («Non abbiamo la vocazione di editori») ha ricordato come stiano per arrivare sul mercato tvcolor con presa Ethernet per collegare You Tube, MySpace e gli altri all'apparecchio domestico. Prima o poi si arriverà, nei settori più avanzati della società, a un consumo personalizzato della tv, come quello già consentito, pagando, dall'IP TV.
Quinto: quello che non si è detto nella Conferenza Nazionale. Non si è detto che Rete A-All Music è in vendita come La 7, a dimostrazione che il passaggio al digitale rende difficile la sopravvivenza per i "rami fragili" del sistema, tv locali comprese. Murdoch può comprarla ma non può farne una pay tv sino al 2011. Non si è detto che qualche soggetto internazionale, dopo aver vinto la gara per trasmettere nel 40% della capacità trasmissiva dei maggiori operatori, vi ha rinunciato, come Nbc/Universal. Perché lo ha fatto? Per non far concorrenza ai suoi programmi venduti da Mediaset Premium?
Sole 24 Ore
sabato 24 gennaio 2009
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