lunedì 2 febbraio 2009

Mediaset vs Murdoch la guerriglia sulla pay tv

Non si può essere così folli da dichiarare guerra aperta a Rupert Murdoch. Mediaset lo sa bene. E la stessa intervista rilasciata venerdì al Sole 24 Ore da Piersilvio Berlusconi apre più una guerra di parole che di azioni vere e proprie. Fa intravedere l’ipotesi di spegnere Canale 5 Italia1 e Rete4 nel bouquet di Sky a favore della neonata Tivù, la piattaforma satellitare comune con Rai e Telecom, ma al tempo stesso smorza i toni. Tra i due contendenti siamo alla guerra di posizione. Anzi, alla guerriglia, tra minacce, dispetti, ritorsioni, canali oscurati e star «rubate», come Fiorello.

Ha cominciato Mediaset in autunno, oscurando Italia 1 nella sua versione satellitare, all’interno del bouquet Sky, durante le gare del MotoGp. La motivazione dei diritti internazionali non reggeva perché il segnale di Sky è visto solo dai suoi abbonati italiani, ma poteva somigliare ad una spiegazione. Poi invece sono andati oltre e hanno iniziato ad oscurare un’edizione del Tg5 oggi, una di Buona Domenica un altro giorno, che di sicuro non sono trasmissioni che dall’estero possano ‘piratare’. E Sky ha risposto togliendo dalla visione in chiaro il sua canale all news Sky Tg24. Adesso, siamo alla terza mossa di Mediaset: dei tre canali visibili su Sky, ogni tanto uno si vede normalmente, uno viene del tutto oscurato e il terzo resta visibile ma un quarto dello schermo è occupato da una scritta a scorrimento che avverte che quel canale, come gli altri di Mediaset, è visibile anche sul digitale terrestre.
Siamo più ai dispetti che all’abuso. Anzi, di abuso non c’è nulla, in stretto senso giuridico. Ma la cosa la dice lunga su quanto in casa Mediaset stiano puntando sul lancio della nuova piattaforma satellitare Tivù, quella controllata per il 45% ciascuna da Mediaset e Rai e per l’ultimo 10% (e con un entusiasmo probabilmente ancora inferiore) da Telecom Italia.
Come si sa l’obiettivo ufficiale di Tivù è solo quello di chiudere i buchi di copertura del segnale del digitale terrestre. Vuol dire che alla fine di quest’anno, quando saranno più di 11 milioni i cittadini italiani che non riceveranno più il vecchio segnale tv analogico, ce ne saranno tra uno e due milioni che potrebbero non vedere nulla o molto poco. Di qui l’idea di ritrasmettere via satellite tutti i canali del digitale terrestre. Tivù appunto.
Per la Rai e per Telecom Italia Media la cosa finisce qui. Entrambe hanno solo canali in chiaro e non fanno pay tv (Telecom ha appena venduto i suoi canali di payperview sul calcio). Per Mediaset le cose sono invece diverse. Sul digitale terrestre sta fondando una strategia che punta sul progressivo affiancamento di canali pay a quelli in chiaro.
Alla base di questa mossa c’è la necessità di diversificare un fatturato che è ancora per quasi il 90% «Publitaliadipendente». Proprio per i nuovi canali pay Piersilvio Berlusconi ha comprato da Universal e Time Warner, poco più di un anno fa, contenuti pregiati (soprattutto serie tv, come Doctor House e Law & Order) e relativi diritti fino al 2011 per circa 450 milioni: sono soldi che devono rientrare.
Per questo ha iniziato giusto prima di Natale una nuova strategia che punta a trasformare il maggior numero possibile dei 2,7 milioni di carte prepagate in circolazione in abbonamenti a importo fisso mensile, come quelli del rivale Sky, anche se più bassi (8 euro): solo utenti fissi e che pagano regolarmente possono infatti essere una base serie di crescita nel comparto pay. Non si può fondare una strategia sulle carte prepagate e sull’acquisto di impulso. Per favorire il lancio dei nuovi abbonamenti Mediaset ha anche deciso di sobbarcarsi l’aumento dell’Iva dal 10 al 20%. Il ‘bel gesto’ serve anche a rimarcare il fatto che, di contro, Sky ha invece scaricato sugli utenti quel 10% in più che il governo di Silvio Berlusconi le ha fatto trovare sotto l’albero di Natale. Anche se va detto che il «bel gesto» costa poco: dei 200 milioni di maggior gettito Iva stimato, Sky ne pagherà la più parte. A Mediaset, anche calcolando i 600 mila abbonati sussurrati «non ufficialmente» da PierSilvio, costerà 4 milioni l’anno: meno di una buona campagna pubblicitaria.
Ma se il digitale terrestre lascerà «scoperti» tra il 10 e il 20% di italiani, la base potenziale per la pay tv di Mediaset si riduce. E infatti fino alla primavera scorsa ci sono state trattative continue tra Mediaset e Sky per portare il bouquet pay del Biscione dentro la tv di Murdoch. Ma non c’è stato verso di trovare un accordo tra i due nemici.
Certo, si potrebbe portare sul satellite di Tivù anche i canali pay del digitale terrestre. A PierSilvio piacerebbe. Ma è troppo complicato. A partire dal fatto che mentre con le cose così come sono, con i soli canali in chiaro, bisognerà convincere gli italiani a spendere intorno ad una cinquantina di euro per il decoder, se si aggiungesse anche il «pay» il prezzo salirebbe troppo: potrebbe affossare del tutto Tivù.
Di questo passo però Tivù rischia di essere una piattaforma povera e di nicchia. Potrebbe insomma rivelarsi un fallimento. E questo è un problema. Augusto Preta, direttore generale di It Media Consulting, ha calcolato che nel 2012, a switch off avvenuto, quando cioè non ci saranno più i vecchi canali analogici, la tv terrestre vedrà scendere la sua presa sul mercato pubblicitario al 64%, mentre il satellite sarà salito al 28% e la Iptv, la tv su Internet ne avrà conquistato l’8%.
C’è però anche un altro dato che gira tra gli addetti ai lavori: in Italia la penetrazione della paytv è al 26%, mentre nel resto d’Europa è al 60%. Ci sono perciò forti possibilità di crescita. Il problema è che con il solo digitale terrestre è difficile riuscire ad intercettare in pieno queste potenzialità: le piattaforme migliori, da questo punto di vista restano il satellite e Internet. Ma finché in Italia la banda larga sarà oggetto più di dibattiti che di iniziative la seconda non andrà molto veloce. Resta il satellite. Ossia il regno di Sky.
Certo si può però dar fastidio a Sky. E se Tivù non potrà essere una piattaforma concorrente, potrà però recitare la parte di «disturbatore». Ma potrebbe fallire anche su questa ipotesi minimale se la sua diffusione resterà un fatto amatoriale. Ecco allora la tentazione di «drogarne» un po’ la corsa. Insomma, il rischio è che dove il digitale terrestre non si vedrà, ci sia una corsa a comprare i decoder di Sky più che quelli di Tivù, prendendo due piccioni con una fava e vedendo sia i canali tradizionali di Rai e Mediaset e in più i canali a pagamento: è in sostanza quello che è successo in Sardegna con lo switch off. Allora è l’idea se i tre canali Rai e i tre Meidaset, e anche La7 e Mtv venissero tolti dal bouquet di Sky e traslocassero in esclusiva su Tivù (che, se tutto andrà bene, dovrebbe iniziare le trasmissioni prima dell’estate) si toglierebbero a Sky una fetta di ascolti e si limiterebbe la sua capacità di attrazione di nuovi utenti. L’idea è realizzabile. Ma c’è un problema. Potrebbe trasformarsi in un boomerang. Quegli ascolti non finiscono nelle casse di Sky perché Rai e Mediset li conteggiano già oggi nel loro share complessivo. Secondo una stima di fonte It Media Consulting, l’audience via satellite tramite Sky potrebbe valere sui 250 milioni di fatturato pubblicitario per Mediaset e sui 100 milioni per Rai. E senza la garanzia di altrettanti ascolti registrati sul satellite di Tivù, il passaggio si trasformerebbe in una perdita secca. Sul progetto Rai e Telecom più che freddi sono «gelidi». E Mediaset pure non può permettersi molto di più. Per questo da un po’ di tempo gira la battuta che l’unica soluzione a questo dilemma sarebbe di vietare per legge la pubblicità sulle pay tv, in modo da lasciarla campo di caccia esclusiva dei canali in chiaro: Mediaset da una parte e Sky dall’altra.
Ma è, appunto, solo una battuta.

La Repubblica

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