La polemica sulle trasmissioni in chiaro oscurate agli utenti della Tv satellitare rischia di protrarsi per un bel po'. L'Adiconsum, l'Associazione per la difesa di consumatori e ambiente, le sue richieste le ha formulate in modo esplicito all'Agcom: obbligare Sky a cedere la propria codifica ai produttori di decoder oppure obbligare TivùSat e la stessa Sky a trasmettere anche con la codifica dell'altro operatore. La questione del decoder ibrido (terrestre/satellitare) e multistandard tiene quindi sempre banco mentre si affaccia alla ribalta un'altra battaglia che rischia di accentuare il livello di confusione fra i consumatori meno esperti. Quella per accaparrarsi, senza il rischio di trovarsi fra un paio di mesi alle prese con problemi di ricezione dovuti all'incompatibilità dell'apparecchio con il segnale digitale (terrestre o satellitare che sia), lo "scatolotto" capace di ricevere le trasmissioni in alta definizione della Tv a pagamento. La disponibilità di canali Hd è quella che è – Sky ne propone oggi 15 per arrivare a 30 entro fine 2010 – ma la sfida fra broadcaster e produttori (di Tv e decoder) su questo fronte è già decollata da un pezzo.
Parla italiano il "set top box" universale
Il fattore Hd è infatti il punto di forza della nuova campagna abbonamenti della società di Rupert Murdoch e per chi volesse utilizzare un decoder che non sia quello fornito in comodato d'uso (la cui attivazione costa 49 euro una tantum ed è gratuita solo per i tre mesi della promozione) c'è di fatto una sola possibilità. Quella di spendere 200 euro per acquistareil modello XDome HD-1000NC dell'italianissma Comex, che possiede regolare licenza d'uso del sistema di codifica NDS-Videoguard, quello tramite cui vengono trasmessi i canali pay di Sky. Ufficialmente questo è l'unico apparecchio al momento in commercio compatibile con le trasmissioni satellitari dell'operatore (altri "set top box" funzionanti potrebbero essere oscurati a ogni piccolo aggiornamento della piattaforma di codifica) e oltre al supporto delle smart card satellitari integra un sintonizzatore digitale terrestre utile e ricevere anche le trasmissioni a pagamento. A differenza dei decoder forniti da Sky, l'XDome Hd si merita l'appellativo di set top box Hd "universale" in quanto dotato di uno slot Common interface dove poter inserire un modulo Cam (che costa circa 60/70 euro) compatibile con i bouquet di Mediaset Premium e Dahlia Tv. Un solo decoder, quindi, per poter avere a portato di telecomando, previo abbonamento e possesso di Tv per lo meno Hd ready, l'intero palinsesto della pay per view in alta definizione.
Arriva il primo set top box ad alta definizione per Mediaset Premium
Il vanto che rivendica invece il decoder TS7900HD di Tele System è quello di essere il primo dispositivo interattivo Mhp ad alta definizione per la Tv digitale terrestre a pagamento. Il prodotto in oggetto, che si fregia del bollino Gold appena istituito dalla DGTVi, è in effetti l'unico al momento in vendita - costa a listino 169 euro - che permetterà di visualizzare il canale Premium Calcio Hd di Mediaset Premium, canale che la società milanese dovrebbe lanciare in concomitanza con l'inizio del Campionato di serie A (fissato per il 23 agosto). Dal lato funzionale, il decoder in questione ha il pregio del doppio lettore di Smart Card, peculiarità tecnica che permette la visione degli eventi a pagamento di entrambi gli operatori del digitale terrestre (Mediaset Premium e Dahlia Tv) senza dover alternare le relative tessere.
giovedì 13 agosto 2009
Digitale terrestre: attivo fino al 14 agosto l’accreditamento dei professionisti
osta - Per ogni intervento, da effettuare dal 18 agosto al 30 novembre, verrà riconosciuto ai professionisti accreditati l’importo di 50 euro (IVA compresa), per un numero massimo di 480 interventi ad azienda.
I tecnici che intendono aderire all’iniziativa possono ottenere l’accreditamento recandosi di persona (con documento di identità e codice fiscale/partita Iva) agli sportelli dell’amministrazione regionale di via Carrel 39 (stessi uffici della Carte Vallée). Orario: dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 16.30.
La Presidenza della Regione comunica che è attivo fino al 14 agosto l’accreditamento dei professionisti che intendono aderire all’iniziativa che la Regione ha attivato a supporto dei residenti in vista del passaggio al digitale terrestre che coinvolgerà la Valle d’Aosta dal 14 al 23 settembre.
In occasione dello switch off, l’Amministrazione regionale fornirà infatti assistenza ai cittadini residenti, in regola con il pagamento del canone TV, attraverso l’intervento gratuito di un tecnico per l’installazione del decoder, la verifica del segnale, la sintonizzazione dei canali e l’istruzione all’uso, sia nel caso di apparecchi esterni sia nel caso di televisioni con decoder integrato. Per ogni intervento, da effettuare dal 18 agosto al 30 novembre, verrà riconosciuto ai professionisti accreditati l’importo di 50 euro (IVA compresa), per un numero massimo di 480 interventi ad azienda.
I tecnici che intendono aderire all’iniziativa possono ottenere l’accreditamento recandosi di persona (con documento di identità e codice fiscale/partita Iva) agli sportelli dell’amministrazione regionale di via Carrel 39 (stessi uffici della Carte Vallée). Orario: dal lunedì al venerdì, dalle 8.30 alle 16.30.
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Tv: digitale avanza, +25% nel mondo
In Europa e in Italia il traino e' il terrestre (ANSA) - ROMA, 8 AGO -La tv digitale si diffonde con un tasso di crescita che, nel 2008, ha toccato il 25% sebbene con modi differenti tra le varie aree geografiche. Gli Stati Uniti ad esempio hanno il 75% delle famiglie televisive gia' dotate di un'apparecchiatura digitale. In Europa, dove come in Italia fa da traino il digitale terrestre, ci sono percentuali diverse: con in testa il Regno Unito che raggiunge la vetta del 91%, e Francia e Spagna che sono rispettivamente il 77% e il 74%.
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Più 200% i set top box per il digitale terrestre
Ci sono differenti andamenti per il mercato dei set top box.
Lo indicano alcune cifre prodotte da inStat.com. Per esempio gli STB per la ricezione delle trasmissioni satellitari ha visto una crescita del 6% nel 2008 grazie alle impennate a tre cifre dei mercati asiatici. Le previsioni, però, per il 2009 e 2010 restano per un mercato stabile.
I STB per le comunicazioni via cavo, cresciuto nel 2008 dell'8% con quasi 45 milioni di pezzi, volgerà in negativo nel corso del 2009 a causa della maturità dei mercati in cui vengono utilizzati.
C'è un mercato nascente ed è quello dei set top box per IPTV che è cresciuto del 55% lo scorso anno. Questa galoppata, però, non continuerà dicono gli analisti di inStat. Non stanno aumentando in modo significativo, infatti, gli operatori di telecomunicazione che si dànno alla distribuzione di IPTV e quindi le previsioni per questo e l'anno prossimo sono di incrementi moderati.
I STB utilizzati per il digitale terrestre (DTT) che nel 2008 hanno registrato una sparata del 200% sull'anno precedente, un successo guidato dall'alta definizione telefisiva (HD-Tv) e dallo switch-off della televisione US dall'analogico al digitale, è una "bolla insostenibile", dicono da inStat. La crescita tornerà a più modesti 23% nel 2009 e al 30% l'anno successivo.
Il segmento dei Personal Video Recorder, che è tangente quello dei STB e che rappresentano una transizione verso l'Alta Definizione broadcasting digitale di cui sono uno dei driver tecnologici, ha visto vendite per 25 milioni di pezzi nel 2008 con un incremento del 14% sul 2007.
Tra i protagonisti dei STB per la IPTV che guida le danze del mercato è Motorola, ma la sua quota di mercato 2008 è diminuita a seguito dell'ingresso di Cisco.
Quest'anno i set top box per la ricezione dell'Alta Definizione da satellite toccherà il 18% del mercato in termini di unità vendute. Infine nel 2011 il giro d'affari per i STB destinati alla televisione digitale terrestre (DTT) per i costruttori di semiconduttori varrà 500 milioni di dollari.
Lo indicano alcune cifre prodotte da inStat.com. Per esempio gli STB per la ricezione delle trasmissioni satellitari ha visto una crescita del 6% nel 2008 grazie alle impennate a tre cifre dei mercati asiatici. Le previsioni, però, per il 2009 e 2010 restano per un mercato stabile.
I STB per le comunicazioni via cavo, cresciuto nel 2008 dell'8% con quasi 45 milioni di pezzi, volgerà in negativo nel corso del 2009 a causa della maturità dei mercati in cui vengono utilizzati.
C'è un mercato nascente ed è quello dei set top box per IPTV che è cresciuto del 55% lo scorso anno. Questa galoppata, però, non continuerà dicono gli analisti di inStat. Non stanno aumentando in modo significativo, infatti, gli operatori di telecomunicazione che si dànno alla distribuzione di IPTV e quindi le previsioni per questo e l'anno prossimo sono di incrementi moderati.
I STB utilizzati per il digitale terrestre (DTT) che nel 2008 hanno registrato una sparata del 200% sull'anno precedente, un successo guidato dall'alta definizione telefisiva (HD-Tv) e dallo switch-off della televisione US dall'analogico al digitale, è una "bolla insostenibile", dicono da inStat. La crescita tornerà a più modesti 23% nel 2009 e al 30% l'anno successivo.
Il segmento dei Personal Video Recorder, che è tangente quello dei STB e che rappresentano una transizione verso l'Alta Definizione broadcasting digitale di cui sono uno dei driver tecnologici, ha visto vendite per 25 milioni di pezzi nel 2008 con un incremento del 14% sul 2007.
Tra i protagonisti dei STB per la IPTV che guida le danze del mercato è Motorola, ma la sua quota di mercato 2008 è diminuita a seguito dell'ingresso di Cisco.
Quest'anno i set top box per la ricezione dell'Alta Definizione da satellite toccherà il 18% del mercato in termini di unità vendute. Infine nel 2011 il giro d'affari per i STB destinati alla televisione digitale terrestre (DTT) per i costruttori di semiconduttori varrà 500 milioni di dollari.
La Rai ha fatto una scelta di campo
C’è molta agitazione nell’etere. Di solito, l’estate rappresenta un momento di calma per le tv: riciclano il magazzino, ripropongono per l’ennesima volta «La signora in giallo», si collegano con qualche località turistica disposta ad accollarsi le spese di realizzazione. Quest’anno invece si respira il nervosismo tipico delle grandi trasformazioni: la posta in gioco è molto alta perché il ruolo della tv, legandosi sempre più indissolubilmente agli altri media (Internet, telefonia fissa e mobile...), resta centrale nel panorama mediatico. È intervenuto persino il capo dello Stato per chiedere spiegazioni sullo scioglimento della convenzione tra Rai e Sky.
Com’è noto, Viale Mazzini non ha più rinnovato il contratto che le permetteva di fornire alla tv satellitare le sue reti generaliste, più altri canali «extra ». Per ora è ancora possibile vedere Raiuno, Raidue e Raitre ma da qualche giorno molti programmi sono criptati (la partita Inter-Lazio ma anche vecchi telefilm): un preciso segnale (anzi, una mancanza di segnale) di sgarbo, se non di provocazione.
L’atteggiamento della Rai è di non facile lettura, e comunque non in linea con la nozione di Servizio pubblico (SP) rappresentata ad esempio dalla Bbc, che fin dalle origini ha partorito l’idea della tv come bene comune di importanza nazionale, al pari della luce, del gas, dei trasporti. Il SP, in quanto retto da un canone, dovrebbe fare in modo che i suoi servizi siano totalmente pubblici (parliamo delle reti generaliste), e cioè visti dal più alto numero di persone, indipendentemente dalle piattaforme di trasmissione, considerate «tecnologicamente neutrali». Il fatto che la Rai sia entrata in conflitto con Sky, con il rischio di negarsi a quasi cinque milioni di famiglie, costituisce un unicum in Europa. In nessun altro Paese le politiche dei public service broadcasting hanno condotto alla ritirata da una piattaforma distributiva. Talmente un unicum che il governo italiano ha già pronta una legge che servirà a giustificare il divorzio.
Questo contrasto prende le mosse dalla più grande rivoluzione tecnologica della tv: il passaggio «forzato» dall’analogico al digitale. L’Unione europea ha giustamente imposto questo nuovo sistema di trasmissione per liberare frequenze, per ampliare lo spazio di partecipazione. Ma, nell’enfasi che ha accompagnato il processo di digitalizzazione della tv in Italia, si è spesso sottolineata l’inevitabilità, quasi la naturalità delle scelte intraprese, che sono, al contrario, solo decisioni politiche. Digitale significa pure satellite o cavo o IPTV. Rai e Mediaset hanno scelto il digitale terrestre (DTT) anche perché erano proprietarie della rete distributiva (optare per il satellite, che è una tecnologia più avanzata, significava dismettere i propri trasmettitori e «giocare » in campo avverso).
Il DTT rappresenterà quindi in Italia lo snodo di accesso universale, quello che potremmo definire «il minimo comune denominatore » per guardare la tv. Rispetto alla vecchia tv analogica, l’offerta è arricchita da qualche nuovo operatore, da alcuni canali gratuiti (come Rai4 e, fra poco, Rai5) e dalla possibilità di accedere a contenuti pay. Sviluppare un’offerta a pagamento sul DTT è infatti un’operazione particolarmente vantaggiosa: come dimostra l’aggressiva politica di diffusione delle «carte prepagate » che Mediaset sta realizzando con originalità, forte anche di un’offerta qualitativamente alta e ben strutturata che invece la Rai non possiede. Per esempio, di questi tempi, le partite di calcio con una card prepagata sono più appetibili di un abbonamento annuale.
L’impressione è che la Rai non attui una politica a favore della propria audience (a coltivare la qualità della propria audience, come imporrebbe un altro dogma del SP), quanto piuttosto a favore di quello che un tempo era il suo unico competitor, Mediaset. Ci sono altri indizi che rafforzano questo dubbio: il potenziamento del DTT con soldi pubblici ha favorito non solo la Rai, o la nascita del consorzio TivùSat, la nuova piattaforma che diffonderà via satellite, ma con un nuovo decoder, gli stessi programmi trasmessi in digitale terrestre da Rai, Mediaset e La7, o il fatto che sia il SP a dover in qualche modo risarcire Europa 7 attraverso una cessione di sue frequenze (l’emittente di Francesco Di Stefano che nel 1999 aveva vinto la gara per una concessione nazionale, ma non aveva trovato posto, già occupato da Retequattro).
Insomma, in un modo o nell’altro, continua ad aleggiare il fantasma del conflitto di interessi. Inutile nascondersi che la vera battaglia sul futuro della tv in Italia è tra Berlusconi e Murdoch. La Rai, invece di restare neutrale, sembra aver fatto la sua scelta di campo.
Com’è noto, Viale Mazzini non ha più rinnovato il contratto che le permetteva di fornire alla tv satellitare le sue reti generaliste, più altri canali «extra ». Per ora è ancora possibile vedere Raiuno, Raidue e Raitre ma da qualche giorno molti programmi sono criptati (la partita Inter-Lazio ma anche vecchi telefilm): un preciso segnale (anzi, una mancanza di segnale) di sgarbo, se non di provocazione.
L’atteggiamento della Rai è di non facile lettura, e comunque non in linea con la nozione di Servizio pubblico (SP) rappresentata ad esempio dalla Bbc, che fin dalle origini ha partorito l’idea della tv come bene comune di importanza nazionale, al pari della luce, del gas, dei trasporti. Il SP, in quanto retto da un canone, dovrebbe fare in modo che i suoi servizi siano totalmente pubblici (parliamo delle reti generaliste), e cioè visti dal più alto numero di persone, indipendentemente dalle piattaforme di trasmissione, considerate «tecnologicamente neutrali». Il fatto che la Rai sia entrata in conflitto con Sky, con il rischio di negarsi a quasi cinque milioni di famiglie, costituisce un unicum in Europa. In nessun altro Paese le politiche dei public service broadcasting hanno condotto alla ritirata da una piattaforma distributiva. Talmente un unicum che il governo italiano ha già pronta una legge che servirà a giustificare il divorzio.
Questo contrasto prende le mosse dalla più grande rivoluzione tecnologica della tv: il passaggio «forzato» dall’analogico al digitale. L’Unione europea ha giustamente imposto questo nuovo sistema di trasmissione per liberare frequenze, per ampliare lo spazio di partecipazione. Ma, nell’enfasi che ha accompagnato il processo di digitalizzazione della tv in Italia, si è spesso sottolineata l’inevitabilità, quasi la naturalità delle scelte intraprese, che sono, al contrario, solo decisioni politiche. Digitale significa pure satellite o cavo o IPTV. Rai e Mediaset hanno scelto il digitale terrestre (DTT) anche perché erano proprietarie della rete distributiva (optare per il satellite, che è una tecnologia più avanzata, significava dismettere i propri trasmettitori e «giocare » in campo avverso).
Il DTT rappresenterà quindi in Italia lo snodo di accesso universale, quello che potremmo definire «il minimo comune denominatore » per guardare la tv. Rispetto alla vecchia tv analogica, l’offerta è arricchita da qualche nuovo operatore, da alcuni canali gratuiti (come Rai4 e, fra poco, Rai5) e dalla possibilità di accedere a contenuti pay. Sviluppare un’offerta a pagamento sul DTT è infatti un’operazione particolarmente vantaggiosa: come dimostra l’aggressiva politica di diffusione delle «carte prepagate » che Mediaset sta realizzando con originalità, forte anche di un’offerta qualitativamente alta e ben strutturata che invece la Rai non possiede. Per esempio, di questi tempi, le partite di calcio con una card prepagata sono più appetibili di un abbonamento annuale.
L’impressione è che la Rai non attui una politica a favore della propria audience (a coltivare la qualità della propria audience, come imporrebbe un altro dogma del SP), quanto piuttosto a favore di quello che un tempo era il suo unico competitor, Mediaset. Ci sono altri indizi che rafforzano questo dubbio: il potenziamento del DTT con soldi pubblici ha favorito non solo la Rai, o la nascita del consorzio TivùSat, la nuova piattaforma che diffonderà via satellite, ma con un nuovo decoder, gli stessi programmi trasmessi in digitale terrestre da Rai, Mediaset e La7, o il fatto che sia il SP a dover in qualche modo risarcire Europa 7 attraverso una cessione di sue frequenze (l’emittente di Francesco Di Stefano che nel 1999 aveva vinto la gara per una concessione nazionale, ma non aveva trovato posto, già occupato da Retequattro).
Insomma, in un modo o nell’altro, continua ad aleggiare il fantasma del conflitto di interessi. Inutile nascondersi che la vera battaglia sul futuro della tv in Italia è tra Berlusconi e Murdoch. La Rai, invece di restare neutrale, sembra aver fatto la sua scelta di campo.
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